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Banca Tercas, ancora beni sequestrati all’imprenditore Raffaele Di Mario

Banca Tercas, ancora beni sequestrati all’imprenditore Raffaele Di Mario


TERAMO, 17 aprile – Sequestri di immobili, terreni partecipazioni societarie e somme di denaro: dal calderone della maxinchiesta su Banca Tercas spunta fuori un nuovo filone, riconducibile al fallimento di due società dell’imprenditore laziale Raffaele Di Mario, ex presidente dell’A.S.D. Pomezia calcio e proprietario del  polo alberghiero “Hotel Selene”. L’accusa è di bancarotta fraudolenta aggravata dal requisito della transnazionalità in relazione a due società con sede a Roma, dichiarate fallite nel 2017.

Il provvedimento emesso dal Gip del Tribunale di Roma dispone il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, di beni di tre indagati, tra cui Di Mario, a copertura del dissesto finanziario delle due aziende, stimato in 3.760.000 euro, a fronte di un passivo fallimentare quantificato in circa 8 milioni di euro.

La vicenda è radicata appunto nella maxinchiesta Tercas e nei rapporti che la banca, all’epoca diretta da Antonio Di Matteo, aveva con il gruppo Dimafin di Di Mario.

Rapporti strettissimi che, secondo la Guardia di Finanza, che ieri ha eseguito i nuovi sequestri:

“avevano consentito all’imprenditore di accedere indebitamente a sostanziose iniezioni di credito per finanziare le proprie iniziative immobiliari e a Di Matteo di esercitare il controllo della Banca sammarinese Smib anche attraverso la partecipazione detenuta, tra gli altri, dallo stesso Di Mario. L’effetto dell’illecito legame era stato il dissesto della banca teramana e la distrazione di circa 170 milioni di euro dalle numerose aziende, poi tutte fallite, del gruppo Dimafin. Per tali
condotte, come si ricorderà, sia il Di Mario che il Di Matteo erano stati – sia pur in tempi diversi – tratti in arresto. Inoltre, erano stati sottoposti a sequestro, prima per il dissesto della Banca Tercas e successivamente per le numerose bancarotte imputate al Di Mario, un totale di 522 milioni di euro circa”.

L’ultimo passaggio, il fallimento delle due aziende dichiarato nel 2017, ha svelato in tutta la sua crudezza l’effetto domino provocato dal concatenamento di condotte di Di Mario che, sempre secondo la Finanza:

“già fortemente esposto col sistema bancario nazionale per centinaia di milioni di euro e gravato da un passivo fallimentare di oltre 250 milioni di euro, al fine di sottrarre iniziative immobiliari di pregio dalle pretese creditorie ed incassarne “in nero” le caparre da parte dei promissari acquirenti, ovvero accedere a nuova finanza presso la banca sanmarinese SMIB, oggi in liquidazione coatta amministrativa, aveva costituito, con la compiacenza di un altro ex dirigente di Banca Tercas e di prestanomi, due società “veicolo” che, una volta adempiuti gli scopi illeciti, erano state poi progressivamente depauperate di tutte le attività di cui disponevano fino alle dichiarazioni di fallimento. Alle operazioni fraudolente hanno concorso due commercialisti con studi professionali in Roma e Città di Castello – uno dei quali rivestiva anche la qualifica di consigliere in SMIB dove erano radicati i rapporti finanziari delle due società fallite, risultati strumentali alle operazioni di distrazione di ingenti somme di denaro”.

L’attività dei professionisti per la Guardia di Finanza si era concretizzata nell’occultamento

“delle scritture contabili delle società veicolo, e hanno reso più difficile la ricostruzione dei flussi finanziari dall’Italia verso San Marino e viceversa. Gli approfondimenti bancari eseguiti dai finanzieri del Nucleo Valutario, anche mediante l’analisi di segnalazioni antiriciclaggio, hanno consentito di individuare la distrazione di circa 3,2 milioni di euro a favore di una società sanmarinese di fatto riconducibile all’imprenditore Di Mario, nonché la distrazione di 560 mila euro dai conti correnti aperti in San Marino da una delle società fallite: somme ricevute a titolo di caparre confirmatorie e/o pagamenti affitti di appartamenti siti nella capitale. E’ stato altresì dimostrato che un finanziamento di oltre 2 milioni di euro erogato dalla richiamata banca sanmarinese Smib, all’epoca dei fatti gestita proprio da Antonio Di Matteo unitamente ad altri soggetti sodali risultati affidati dalla banca teramana, ha consentito al costruttore di perseguire i suoi intenti illeciti mediante la costituzione di una delle due “scatole vuote” utilizzate per schermare trasferimenti di somme dalle società in decozione del gruppo Dimafin a favore di conti correnti personali del bancarottiere”.

Nelle indagini sono coinvolte sette persone, ma i sequestri hanno interessato soltanto tre degli indagati.

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