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Esplosione gasdotto Pineto, chiesto il processo per 21 responsabili di Snam Rete Gas per disastro colposo

Esplosione gasdotto Pineto, chiesto il processo per 21 responsabili di Snam Rete Gas per disastro colposo


TERAMO, 17 maggio – A poco più di un mese dall’avviso di conclusione delle indagini la Procura firma la richiesta di rinvio a giudizio nell’ambito del fascicolo per disastro colposo per l’esplosione, a marzo del 2015, di un tratto del metanodotto Ravenna-Chieti  a Mutignano di Pineto. E lo fa chiedendo il processo per 21 persone, sulle 43 originariamente iscritte nel registro degli indagati,  tra responsabili tecnici ed amministrativi di Snam Rete Gas che sotto vari ruoli e profili avevano competenze sul distretto sud orientale (quello in cui rientra anche l’area di Mutignano).

Dopo i responsabili Enel, dunque, dal fascicolo escono anche  quelli di Snam Spa e quindi i vertici apicali della società che gestisce il metanodotto: nei confronti di queste due società, infatti, la Procura non ha ravvisato alcuna responsabilità.

Sotto accusa, presunte negligenze dei 21 dipendenti di Sna Rete Gas, emerse nel corso di un’indagine che si è concentrata sulla documentazione amministrativa e tecnica relativa alla progettazione, posa in opera, manutenzione e monitoraggio del tratto di metanodotto esploso, della sovrastante rete elettrica e delle abitazioni interessate dall’evento, con i relativi accertamenti tecnici (sopralluoghi, indagini geotecniche e sui materiali) affidate ad un collegio di esperti.

Accertamenti volti a verificare se l’esplosione fosse stata causata e dalla frana che si era registrata il giorno dell’esplosione (e  che si era verificata dopo due mesi di costanti piogge in un’area classificata a moderato rischio idrogeologico) o se ci fossero state anche condotte negligenti ed imperizia da parte delle varie società interessate.

Negligenze che la Procura avrebbe ravvisato proprio a carico di 21 responsabili tecnici ed amministrativi di Snam Rete Gas e relative in particolare alle modalità con cui nel 2010 furono realizzati alcuni lavori volti ad eliminare lo stato di tensione della condotta già emerso negli anni precedenti.

Secondo la Procura, infatti, le costanti attività di monitoraggio svolte dalla società sulle tubature avrebbero messo in luce già nel 2008 come la condotta, nel tratto successivamente esploso, si fosse alzata di circa 26 centimetri rispetto al 2001, evidenziando dunque uno  stato di tensione del tubo legato ai movimenti del terreno.

Una situazione in cui in realtà l’azienda, correttamente, avrebbe predisposto un relativo piano di interventi volto a sgravare tutto quello stato di tensione dalla tubatura, interventi che però, all’atto della realizzazione nell’estate del 2010, sarebbero stati effettuati in maniera difforme a quanto preventivato.

Sotto accusa, in particolare, la mancata realizzazione di un sistema di drenaggio dell’acque, giustificata con il fatto che all’atto degli scavi, nel mese di agosto, non fosse stata rilevata la presenza di acqua.

Ma non solo. Perché, secondo quanto emerso nel corso delle indagini, nonostante già nel 2008 fossero state evidenziate due deformazioni della condotta, una in corrispondenza del tratto esploso e l’altra in corrispondenza del tratto dove si verificò la frana del 6 marzo, le corde estensimetriche che avrebbero dovuto consentire un attento monitoraggio della situazione rispetto ai movimenti del terreno, sarebbero state posizionate in maniera errata, così come secondo i consulenti della Procura sarebbe stata valutata in maniera sbagliata la natura della deformazione scoperta lungo il tratto interessato.

Infine, secondo l’accusa, sarebbe mancata anche la predisposizione, da parte dell’azienda, di ulteriori misure atte a controllare i movimenti del terreno come l’installazione dei piezometri.

Aspetti che, in occasione della frana di marzo 2015, avrebbe portato all’eplosione del tratto interessato

Il metanodotto esplose la mattina del 6 marzo del 2015, con le fiamme che investirono le quattro case circostanti, mandandone due completamente a fuoco, e causando sette feriti, con danni alle coltivazioni circostanti e alla viabilità. Nei mesi scorso la stessa amministrazione comunale di Pineto aveva dato mandato all’avvocato Luigi Guerrieri per costituirsi parte civile in un eventuale processo.

A firmare la richiesta di rinvio a giudizio il pm Silvia Scamurra e il procuratore Antonio Guerriero, cotitolari del fascicolo.

 

 

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