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La Corte Costituzionale dà ragione all’Abruzzo: per le concessioni minerarie vanno sentite le Regioni

La Corte Costituzionale dà ragione all’Abruzzo: per le concessioni minerarie vanno sentite le Regioni


PESCARA, 17 luglio – Il Ministero non potrà più decidere da solo per quanto riguarda la concessione dei titoli minerari. Lo dice la Corte Costituzionale che, nei giorni scorsi, ha annullato quella parte del decreto Sblocca Italia del 2015 con cui, in sostanza, lo Stato si attribuiva in materia competenza esclusiva, cancellando l’intesa con le Regioni.

Prima a presentare ricorso fu appunto la Regione Abruzzo, a cui si affiancarono poi altre regioni, Veneto, Lombardia e Campania. Ricorso che la Consulta ha accolto ritenendo che,  “trattandosi di materia concorrente, non fosse competenza esclusiva dello Stato – senza alcun coinvolgimento delle Regioni – emanare il disciplinare per il rilascio e l’esercizio dei titoli minerari per la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in terraferma, nel mare territoriale e nella piattaforma continentale contenuto nel Decreto del Ministero per lo Sviluppo Economico del 7 dicembre 2016”.

Scrivono i giudici:

“l’articolo 38, comma 7, del d.l. n. 133 del 2014 è costituzionalmente illegittimo, nella parte in cui non prevede un adeguato coinvolgimento delle Regioni nel procedimento finalizzato all’adozione del decreto del Ministro dello sviluppo economico con cui sono stabilite le modalità di conferimento del titolo concessorio unico, nonché le modalità di esercizio delle relative attività”.

In sostanza, dunque, lo Stato non può calare le decisioni sui territori, deve ascoltare gli enti locali e, soprattutto, deve tenere conto dei pareri che vengono espressi.

“Questa sentenza – ha dichiarato il sottosegretario alla Presidenza della Giunta Regionale Mario Mazzocca – riapre una partita che il governo considerava chiusa, con un provvedimento che toglieva alle Regioni, e con esse alle comunità locali, ogni possibilità di intervento sulle politiche energetiche. Ora abbiamo l’opportunità di far valere le nostre ragioni in merito a progetti che, in nome di un interesse nazionale, tutto da dimostrare, mettono a rischio la sicurezza dei cittadini, la salubrità dell’ambiente e la possibilità di programmare lo sviluppo assecondando le vocazioni dei nostri territori”.

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