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Valanga di Rigopiano, al via gli interrogatori: il primo è Vincenzo Antenucci

Valanga di Rigopiano, al via gli interrogatori: il primo è Vincenzo Antenucci


PESCARA, 19 giugno – E’ Vincenzo Antenucci, dirigente regionale del Servizio prevenzione rischi e coordinatore del Coreneva dal 2001 al 2013, il primo degli interrogati in Procura nell’ultimo blocco degli indagati  nell’inchiesta per i 29 morti sotto la valanga che travolse l’hotel Rigopiano.

Antenucci, ascoltato per oltre un’ora dal procuratore Massimiliano Serpi e dal sostituto Andrea Papalia, è accusato, in concorso con altre persone, di avere omesso “di attivarsi affinché venisse dato corso, quanto prima, alla redazione e alla realizzazione della Carta di localizzazione dei pericoli di valanga per tutto il territorio della regione Abruzzo”.

“Non ci sembra possano esserci aspetti in grado di preoccupare Antenucci, che come dirigente della Regione non poteva disporre delle spese. C’era una legge regionale che non aveva copertura finanziaria, ma l’obbligo di dare copertura alla legge spettava all’organo politico”: affermano gli avvocati Mario Petrella e Franco Colucci, parlando a nome del loro assistito.

I legali di Antenucci si chiedono, rispetto alle contestazioni rivolte al loro assistito

“come avrebbe potuto predisporre un appalto, per assegnare l’incarico di realizzare la Carta valanghe, quando era stata preventivata una spesa di 1,5 milioni di euro che però non c’erano?”

Petrella e Colucci inoltre sottolineano che Antenucci

“aveva inviato un’e-mail, alla persona deputata a decidere, nella quale si osservava che occorreva realizzare la Carta”.

In conclusione i legali dell’indagato hanno affermato di essere “sereni”, in quanto

“Antenucci ha risposto alle domande, chiarendo ogni aspetto, senza mai entrare in contrasto con i magistrati”.

Dopo di lui il procuratore ha ascoltato Carlo Visca, direttore del Dipartimento regionale di Protezione civile dal 2009 al 2012:

“Il mio assistito aveva predisposto, insieme agli altri Servizi, delle richieste di finanziamento alla Giunta per completare questa Carta, ma purtroppo quel tipo di servizio e di gestione soffre di una cronica deficienza finanziaria – ha affermato l’avvocato Diego De Carolis – Abbiamo tentato di chiarire che il mio assistito proviene dalle Opere marittime e quel breve passaggio che c’è stato è stato intervallato da un’altra tragedia, quella del terremoto, per cui lui si è occupato principalmente di questo aspetto – ha proseguito il legale -. Poi ha cessato l’incarico nel 2012 e sono passati altri anni durante i quali non ha potuto curare la disciplina per evitare che questa tragedia si verificasse”.

De Carolis ha aggiunto che:

 “in relazione a funzioni e compiti che gli erano stati attribuiti in quel limitato periodo, il mio assistito ha svolto tutto quello che era nei suoi compiti e poteri, tenendo presente che nel decreto di nomina delle attribuzioni delle sue funzioni, erano ben specificati i compiti da svolgere. Rispetto alla legge del 1992 sulla Carta valanghe – ha evidenziato l’avvocato – era semplicemente indicato un mero adeguamento normativo, mentre su altri indirizzi, coma la Carta di prevenzione degli incendi, c’erano ben altre specificazioni ed infatti è stata portata a termine”.

Nel pomeriggio è stato ascoltato Giovanni Savini, direttore del dipartimento della Presidenza regionale e dei rapporti con l’Europa, per tre mesi, nel 2014, anche lui indagato nel filone dell’inchiesta riguardante la mancata realizzazione della Carta di localizzazione dei pericoli di valanga (Clpv). Il suo legale, Giulio Di Berardino, ha riferito:

“Il mio assistito ha chiarito di non avere avuto nessun rapporto con l’ufficio di protezione civile, di non essersi mai occupato di protezione civile e meno che mai di avere avuto a che fare con la famosa Carta valanghe. Savini ritiene di avere chiarito la propria posizione. D’altronde il periodo nel corso del quale ha ricoperto quell’incarico in Regione è stato talmente breve da non lasciargli neanche il tempo di entrare in contatto con le questioni al centro delle contestazioni”.

In totale l’inchiesta sulla tragedia di Rigopiano conta 39 indagati, tra loro ci sono anche l’ex prefetto di Pescara, Francesco Provolo, il presidente della Provincia di Pescara, Antonio Di Marco, e il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta. I reati ipotizzati vanno, a vario titolo, dal crollo di costruzioni o altri disastri colposi, all’omicidio e lesioni colpose, all’abuso d’ufficio e al falso ideologico, alla rimozione o omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro.

L’ultima tranche dell’inchiesta mira ad accertare le eventuali responsabilità di esponenti politici e dirigenti regionali, in parte rispetto alla mancata realizzazione della Carta di localizzazione pericolo valanghe (Clpv) e in parte sulla gestione dell’emergenza nei giorni della tragedia.

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